Intervista al professore Paolo Ascierto, Istituto Tumori Pascale di Napoli



di Valentina Busiello

Oncologia. Il professore Paolo Ascierto, Istituto Tumori Pascale di Napoli. La sua attività clinica e di Ricerca è incentrata sulla prevenzione e cura del cancro, in particolare si occupa di melanoma e immunoterapia dei tumori.

Professore Ascierto, la sua esperienza sul melanoma e l’immunoterapia?

“Partiamo da lontano. Mi sono laureato nel 1990 e negli ultimi 2 anni da studente mi sono dedicato al trattamento di pazienti affetti da melanoma e al ruolo dell’immunoterapia, frequentando come interno il reparto di Oncologia del Professore Bianco. In quegli anni il trattamento immunoterapico di elezione era l’interleuchina ad alte dosi, trattamento che gestivo insieme al mio amico e collega Enzo Montesarchio, con il quale oggi è partita l’avventura del Tocilizumab. Nel 1991 inizio il mio percorso di specializzazione nel reparto del professore Donato Zarrilli, all’Istituto Tumori Pascale di Napoli. Nel 1993, durante il servizio miliare all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli come aviere, vinsi un concorso di assistente presso l’Immunologia Clinica del Pascale. Mi congedai dal servizio militare per seguire la mia vocazione e passione, quella di fare l’oncologo, soprattutto in un Istituto Tumori così importante che speravo mi avrebbe permesso di rendermi utile nel campo dell’oncologia e di salvare vite umane, motivo per me di enorme soddisfazione. Il 28 ottobre dello stesso anno inizia la mia carriera lavorativa al Pascale nel reparto di immunologia, dove ho trascorso 15 anni.

In quegli anni la ricerca nell’ambito dell’immunoterapia era alle fasi iniziali, il melanoma si trattava ancora con la chemioterapia, che permetteva solo un controllo temporaneo della malattia permettendo un allungamento della sopravvivenza, senza però guarire. Capii subito che fondamentale era quindi “prevenire” la progressione del melanoma e “diagnosticarlo” in una fase iniziale, là dove la chirurgia avrebbe permesso sicuramente tassi di guarigione più elevati. Creammo un ambulatorio dedicato unicamente alla prevenzione del melanoma e quindi al controllo dermatologico. Fino a quegli anni il melanoma metastatico era considerato uno dei tumori a peggior prognosi, un tumore “incurabile”, ed è stata proprio questa sua caratteristica a spingerci a cercare nuove alternative terapeutiche che ci permettessero di renderlo “curabile”.  Successivamente, nel 2008, è stata creata un’Unità interamente dedicata al melanoma, dove abbiamo iniziato varie sperimentazioni e progetti, percorrendo l’onda dell’immunoterapia con i farmaci tecnicamente chiamati Checkpoint Inhibitors, la scoperta dei quali ha permesso il conferimento del Premio Nobel per la Medicina a James P. Allison e Tasuku Honjo ) che, dal 2011 in poi, hanno completamente cambiato la storia del melanoma, permettendogli di raggiungere una potenziale  “curabilità”. La scoperta che l’immunoterapia aveva la forza di cambiare, in alcuni casi, il corso della storia del melanoma, ci ha spinto a credere che anche altri tumori potessero trarne simili benefici, pertanto abbiamo iniziato a sperimentarla anche in altri tipi di neoplasie, come quella del polmone, del rene, raggiungendo anche in questi casi importanti risultati, rivoluzionando completamente il mondo dell’oncologia. L’immunoterapia è quindi diventata il mio principale campo di interesse, per tutte le neoplasie, ma con una particolare attenzione al melanoma, perché se è vero che circa la metà dei pazienti guariscono, c’è un’altra metà che non trae benefici dall’immunoterapia, ed è su quella che ora stiamo concentrando prevalentemente la ricerca”.

Su questo fronte, qual è il futuro?

“Il futuro continua ad essere l’immunoterapia. In particolare c’è un grande interesse nei confronti di nuovi farmaci, chiamati CAR-T, cellule T del sistema immunitario armati, attraverso tecniche di ingegneria, di un recettore in grado di riconoscere in maniera specifica le cellule neoplastiche. Questa terapia ha già dato ottimi risultati in alcuni tumori ematologici ed è in attesa di essere sperimentata sui tumori solidi, tra cui anche il melanoma. Ricordo sempre che la Ricerca è il migliore investimento che possiamo fare per il nostro futuro.”

Come nasce l’idea di somministrare l’anticorpo monoclonale Tocilizumab in pazienti con Covid-19?

“Nasce proprio dagli studi che stiamo portando avanti sulle CAR-T. Come sappiamo, tutti i farmaci possono dare degli effetti collaterali e le CAR-T non sono l’eccezione alla regola, anzi. In particolare, uno degli effetti collaterali che più frequentemente si presenta è quella che noi chiamiamo “sindrome da rilascio di citochine”, responsabile di una serie di danni all’organismo, non per ultimo, delle polmoniti immuno correlate.  Queste tossicità vengono appunto gestite con il Tocilizumab, che noi oncologi abbiamo incominciato a conoscere bene negli ultimi anni. Questo farmaco agisce bloccando la cascata citochinica, che si sviluppa in seguito alla somministrazione delle CAR-T, in particolare blocca l’interleuchina 6, responsabile in parte dei danni creati all’organismo. Similmente, nelle polmoniti da Covid-19, si verifica un rilascio di citochine, in particolare dell’IL-6, che abbiamo prima immaginato, poi dimostrato, di potere frenare proprio con Tocilizumab. I cinesi, prima di noi, avevano avuto la stessa idea: avevano trattato 21 pazienti con polmonite da Covid-19, in 20 dei quali avevano ottenuto una buona risposta, confortandoci sulla potenziale efficacia di questo farmaco. Nel giro di pochi giorni, abbiamo avviato uno studio sperimentale che potesse dimostrare, con rigore scientifico, l’eventuale reale efficacia del trattamento. Molti pazienti sono guariti”.

Sulla sua scia, altri Centri hanno usato Tocilizumab. Funziona su tutti i pazienti Covid-19 o solo in alcuni? Quando va somministrato?

“È un farmaco che ha dimostrato, con rigore scientifico, la sua efficacia. Purtroppo però è fondamentale individuare il momento più adatto per la somministrazione, ovvero prima che il paziente vada in terapia intensiva, quando i parametri infiammatori sono molto alti e prima che le condizioni cliniche scadano ulteriormente”. Va somministrato per via endovenosa per un massimo di due dosi, nel caso solo con una non si sia avuto un importante beneficio.  Spesso, tuttavia, la somministrazione di una singola dose sembra dare già il risultato nei pazienti non intubati”.

Oltre il Tocilizumab, c’è qualche altro farmaco che sta sperimentando e valutando?

“Si, abbiamo sperimentato un farmaco che presenta lo stesso meccanismo d’azione del Tocilizumab, ma che a differenza di questo, viene somministrato sottocute, il Sarilumab, alla dose di 400mg”.

È efficace come il Tocilizumab?

“Nei confronti di questo farmaco abbiamo avuto un’esperienza su un piccolo gruppo di pazienti, ma non nell’ambito di uno studio clinico. Attendiamo i risultati dello studio di fase III in corso a livello internazionale per trarre le dovute conclusioni”.

Si parla anche di utilizzare il plasma di pazienti guariti. Cosa pensa in merito?

“Ritengo ci sia un forte razionale, e quindi di sicuro è molto interessante questo approccio. Il trattamento consiste nell’iniettare il plasma di persone convalescenti, quindi guariti dall’infezione, che è ricco di anticorpi specifici contro il virus, in pazienti che presentano l’infezione in atto, in maniera di aiutare il sistema immunitario a combattere l’agente virale. Anche qui ci sono state evidenze interessanti, ma è chiaro che ogni cosa deve essere valutata attraverso uno studio clinico. In questo momento credo che l’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, e l’Istituto Superiore di Sanità, hanno approvato l’inizio di una sperimentazione. Così come è stato per il Tocilizumab, fondamentale per capire la reale efficacia del trattamento”.

Progetti sulla Ricerca, soprattutto sul melanoma?

“Il mio progetto più importante è quello di sviluppare le CAR-T anche per i tumori solidi, nei pazienti che non rispondono agli ormai comuni Checkpoint Inhibitors. Questo rappresenterà il mio filone più importante di Ricerca”.

 

Professionisti del calibro e della sua qualità è una fortuna averli nel nostro meraviglioso Sud. Napoletano, lei è un ambasciatore del nostro Mezzogiorno, che uno dei più belli al mondo. Un suo augurio in questa situazione di emergenza?

“Ci auguriamo che questo momento si risolva il prima possibile, cosa che avverrà sicuramente quando avremo un vaccino. Ci sono diverse sperimentazioni in atto, ma il problema rimane sempre la tempistica, credo che prima di un anno non sarà possibile ritornare alla vita di prima. Ovviamente, essendo un virus sconosciuto, i prossimi mesi ci permetteranno di capire anche meglio quella che è l’evoluzione dell’infezione e del virus”.

La sua considerazione sulla Ricerca nel Mezzogiorno d’Italia. L’importanza che i nostri giovani investano al Sud?

“Quando mi fanno la domanda sui cervelli in fuga, io rispondo: ci saranno anche i cervelli in fuga, ma perché non guardiamo alle figure professionali che abbiamo? Per esempio nella nostra regione, la Campania, abbiamo il presidente della Società Europea di Oncologia Medica, napoletano, il professore Fortunato Ciardiello. Inoltre, nell’ambito di quelle che sono le linee guida del trattamento delle maggiori neoplasie, emergono i nomi di molti oncologi napoletani che lavorano tra l’università, l’Istituto Pascale e altri ospedali campani, e che sono ai vertici nel Mondo. La nostra Oncologia è di livello Internazionale e di altissimo livello. Il nostro Mezzogiorno è ricco di eccellenze”.

Si ringrazia per la collaborazione l’Ufficio Stampa del Pascale, la dottoressa Cinzia Brancato.

Pubblicato da: Redazione AZS

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