Radiazioni per le gravi aritmie cardiache Tre interventi all’IRCCS di Negrar


Per risolvere le aritmie di forma grave, che non rispondono ai farmaci e ad altre terapie, una nuova speranza arriva da una tecnica non invasiva che applica alla cardiologia la radioterapia oncologica. Una radiazione ionizzante ‘fulmina’ la zona di tessuto cardiaco dove nascono le aritmie più gravi, restituendo al cuore il giusto ritmo. L’intervento non richiede ricovero, dura soltanto pochi minuti, non tocca le cellule sane e crea una cicatrice omogenea che impedisce il formarsi del ritmo anomalo.

La radioterapia stereotassica ablativa per le aritmie (STAR) rappresenta un trattamento innovativo tuttora allo studio, che richiede elevata esperienza e tecnologie all’avanguardia. Finora è stato impiegato in poche decine di pazienti in tutto il mondo: in Italia l’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona) ha eseguito tre interventi, da marzo a oggi, nonostante le difficoltà dovute alla pandemia di Covid-19. Il Don Calabria è anche l’unico istituto a utilizzare un metodo non invasivo per una diagnosi accurata, grazie a uno speciale corpetto indossabile dal paziente che consente di individuare con estrema precisione l’area da trattare con la radioterapia.

“Questa nuova tecnica utilizza le radiazioni ionizzanti comunemente impiegate da anni in oncologia per la cura efficace e non invasiva di tumori primitivi o metastatici per colpire la parte di tessuto cardiaco in cui c’è una trasmissione elettrica alterata, responsabile dell’innesco della tempesta aritmica”, spiega Filippo Alongi, direttore della Radioterapia Oncologica Avanzata del Don Calabria e professore associato all’università di Brescia.

“Le radiazioni – aggiunge Alongi – attraverso un trattamento che dura soltanto alcuni minuti, vengono mirate con precisione millimetrica sulla zona dove nascono le aritmie, senza toccare le cellule sane immediatamente adiacenti. In modo non invasivo provocano la morte del tessuto alterato, creando una cicatrice omogenea che interrompe la conduzione elettrica anomala facendo tornare normale il battito cardiaco”.

“Abbiamo iniziato a utilizzare la radioterapia stereotassica ablativa in piena pandemia, a marzo, spiega Giulio Molon, direttore della Cardiologia dell’IRCCS di Negrar. Attualmente tutti i pazienti su cui siamo intervenuti stanno bene: si tratta di persone con tachicardie ventricolari causate da gravi cardiomiopatie dilatative, che prima dell’intervento avevano una qualità di vita molto compromessa e che in alcuni casi in un mese potevano arrivare a subire 20 shock del defibrillatore. In questi pazienti le linee guida prevedono di intervenire con l’ablazione transcatetere, che attraverso le radiofrequenze veicolate tramite catetere, mira a eliminare il tessuto dove originano le aritmie: la procedura in questi pazienti però è ad alto rischio, perché hanno un quadro clinico compromesso da infarti pregressi e aritmie molto frequenti. Le armi convenzionali, farmaci e ablazione transcatetere, possono risultare inefficaci o rischiose, per questo riponiamo molte speranze nella radioterapia. La STAR infatti può davvero migliorare qualità e aspettativa di vita di questi pazienti, che sono un numero esiguo, ma soffrono di limitazioni enormi”.

Pubblicato da: Redazione AZS

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